Frodi alimentari: quando un prodotto non è ciò che dichiara

Un alimento può avere un aspetto familiare, un’etichetta convincente e una confezione del tutto regolare, ma non essere ciò che dichiara. L’olio può contenere una miscela diversa da quella indicata, il miele può essere stato alterato con sciroppi zuccherini, una specie ittica può essere venduta con il nome di un’altra più pregiata. In altri casi è l’origine geografica a essere falsa, oppure la percentuale di un ingrediente non corrisponde a quella riportata sull’etichetta. Non tutte le irregolarità sono però frodi. Un errore di lavorazione, una contaminazione accidentale o un’informazione riportata male possono generare una non conformità, anche grave, ma manca un elemento decisivo: l’intenzione di ingannare.

La Commissione europea definisce la frode agroalimentare come una presunta azione intenzionale compiuta per trarre in inganno gli acquirenti e ottenere un vantaggio indebito. Il punto centrale non è soltanto che il prodotto sia diverso da quello dichiarato. Qualcuno deve aver modificato, nascosto o rappresentato in modo falso una sua caratteristica per ricavarne un beneficio. È un fenomeno difficile da misurare. Le autorità europee pubblicano ogni mese rapporti sui sospetti rilevati attraverso la rete di allerta e cooperazione, ma precisano che le segnalazioni non corrispondono in modo automatico a frodi già accertate. Sono informazioni selezionate che aiutano autorità e imprese a individuare possibili vulnerabilità e nuovi rischi lungo la filiera.

Quando un alimento non è ciò che dichiara

Una frode può modificare la composizione del prodotto oppure costruire intorno a esso un’identità falsa. Le modalità cambiano, ma il risultato è simile: chi acquista riceve qualcosa di diverso da ciò che crede di comprare. Una delle pratiche più diffuse è la diluizione. Un ingrediente pregiato viene mescolato con una sostanza meno costosa per aumentare la quantità disponibile e ridurre i costi. Il prodotto conserva spesso un colore, una consistenza o un sapore credibili, soprattutto quando l’aggiunta è difficile da riconoscere senza un’analisi specifica.

La sostituzione segue una logica simile. Una materia prima viene rimpiazzata, in parte o del tutto, con un’altra di valore inferiore. Può accadere con oli, carni, pesce, spezie, latticini e numerosi prodotti trasformati. Una specie ittica poco costosa può essere venduta con il nome di una più richiesta; una preparazione può contenere meno dell’ingrediente caratterizzante indicato in etichetta; un olio può essere commercializzato come appartenente a una categoria superiore. Esiste poi la falsa rappresentazione del prodotto. In questo caso la composizione potrebbe anche non essere alterata, ma vengono dichiarate un’origine geografica, una specie, un metodo di produzione o una qualità che il prodotto non possiede. L’inganno può riguardare parole, immagini, documenti, certificazioni, date o informazioni sulla filiera.

Altre frodi servono a nascondere una qualità inferiore. Un trattamento può mascherare difetti, deterioramenti o caratteristiche che renderebbero il prodotto meno appetibile. In alcuni casi vengono impiegate sostanze non autorizzate per modificare colore, odore, consistenza o stato di conservazione.Le classificazioni europee comprendono adulterazione, sostituzione, diluizione, manomissione, contraffazione e falsa rappresentazione. I confini tra le categorie non sono sempre netti: una singola operazione può combinare più forme di inganno. Un prodotto può essere diluito e, nello stesso tempo, venduto con documenti falsi o con un’origine non corretta. Non tutte le frodi hanno le stesse conseguenze. Alcune provocano soprattutto un danno economico: il consumatore paga per una qualità che non riceve, mentre le imprese corrette subiscono una concorrenza sleale. Altre possono avere effetti diretti sulla salute. La sostituzione di un ingrediente può introdurre un allergene non dichiarato, mentre l’uso di sostanze vietate o di materie prime non idonee può rendere l’alimento pericoloso. Per questo la frode alimentare non riguarda soltanto l’autenticità. Può coinvolgere sicurezza, qualità, correttezza degli scambi e fiducia. Il Codex Alimentarius, il programma congiunto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura e dell’Organizzazione mondiale della sanità, la considera un problema transnazionale capace di colpire l’economia agroalimentare, la salute dei consumatori e la credibilità dell’intero sistema.

Perché le frodi si sviluppano nella filiera

Le frodi non si distribuiscono nello stesso modo tra tutti i prodotti. Il rischio tende a crescere quando una materia prima ha un valore elevato, presenta forti oscillazioni di prezzo o può essere sostituita senza differenze subito percepibili. Gli alimenti liquidi, macinati, mescolati o molto trasformati pongono un problema particolare. Una volta persa la forma originaria, diventa più difficile riconoscere a vista specie, provenienza e composizione. Un consumatore può osservare un frutto e valutarne alcune caratteristiche, ma non può sapere quali varietà siano state usate in una purea. Allo stesso modo, colore e densità non sono sufficienti per stabilire con certezza la composizione di un olio, di uno sciroppo o di una salsa.

Anche la complessità della filiera ha un peso. Un ingrediente può attraversare diversi paesi, intermediari, depositi e stabilimenti prima di arrivare nel prodotto finito. Ogni passaggio genera documenti, trasferimenti di responsabilità e nuove informazioni da verificare. Questo non significa che una filiera lunga sia necessariamente meno sicura. Significa che richiede strumenti di controllo adeguati alla sua complessità. Le condizioni di mercato possono aumentare la vulnerabilità. Un raccolto scarso, una crisi geopolitica, un’interruzione logistica o un aumento improvviso della domanda possono ridurre la disponibilità di una materia prima e farne salire il prezzo. Quando il divario economico tra il prodotto autentico e un possibile sostituto diventa molto ampio, cresce anche l’incentivo alla manipolazione.

La vulnerabilità dipende inoltre dalla possibilità di scoprire l’inganno. Alcune alterazioni possono essere individuate con controlli relativamente semplici. Altre richiedono analisi mirate, laboratori specializzati e dati di confronto affidabili. Non esiste un unico esame capace di riconoscere qualsiasi frode: il metodo dipende dall’alimento e dal tipo di manipolazione sospettata. La difficoltà non riguarda soltanto le autorità. Anche un produttore può ricevere una materia prima accompagnata da documenti formalmente corretti ma non corrispondenti alla sua vera identità. Per questo il controllo non può limitarsi all’ispezione del prodotto in ingresso. Deve includere la conoscenza del fornitore, la coerenza dei volumi, l’andamento dei prezzi e ogni cambiamento insolito nella catena di approvvigionamento.

Prevenire significa conoscere i punti vulnerabili

La prevenzione parte da una domanda concreta: in quale punto della filiera qualcuno potrebbe avere interesse e possibilità di alterare il prodotto senza essere scoperto? La risposta cambia per ogni azienda. Dipende dalle materie prime acquistate, dai paesi di provenienza, dal numero di intermediari, dalle caratteristiche degli ingredienti e dai controlli disponibili. Un ingrediente costoso e difficile da analizzare richiede un’attenzione diversa rispetto a una materia prima comune, acquistata attraverso una filiera corta e consolidata.

Conoscere i fornitori è il primo passaggio. Lo storico delle consegne, la stabilità dei rapporti, la trasparenza dei documenti e la capacità di ricostruire l’origine dei prodotti aiutano a valutare l’affidabilità della fornitura. Un prezzo molto inferiore a quello di mercato, una provenienza cambiata senza spiegazioni o una disponibilità insolitamente abbondante possono essere segnali da approfondire. La tracciabilità permette poi di collegare materie prime, lotti, trasformazioni e prodotti finiti. Non impedisce da sola una frode, ma rende più difficile nascondere incongruenze e consente di circoscrivere il problema quando emerge un sospetto. Anche il confronto tra quantità acquistate, impiegate e vendute può far emergere anomalie che non sarebbero visibili osservando soltanto il prodotto.

I controlli analitici devono essere costruiti sulla base del rischio. Analizzare tutto nello stesso modo sarebbe costoso e poco efficace. È più utile concentrare le verifiche sui prodotti maggiormente esposti, sulle forniture nuove o anomale e sui parametri capaci di rivelare la specifica alterazione cercata. Le tecniche possono comprendere analisi chimiche, spettroscopiche, isotopiche o genetiche, ma la loro scelta richiede una domanda precisa e un metodo validato. Le imprese possono raccogliere queste valutazioni in un piano dedicato alla vulnerabilità alle frodi. In ambito alimentare viene spesso usato l’acronimo VACCP, Vulnerability Assessment and Critical Control Points. Non va confuso con il sistema HACCP, rivolto soprattutto ai pericoli per la sicurezza alimentare. Nel VACCP l’attenzione si sposta sulla motivazione economica, sulla possibilità di compiere l’inganno e sulla probabilità che venga individuato.

La valutazione non può restare immutata. Prezzi, fornitori, rotte commerciali e tecniche di adulterazione cambiano nel tempo. I rapporti delle autorità, le allerte internazionali e le informazioni condivise dalle reti di controllo aiutano a riconoscere fenomeni emergenti e ad aggiornare le verifiche. Dal 2013 la rete europea per le frodi agroalimentari permette alle autorità nazionali di scambiarsi informazioni e collaborare sui casi che coinvolgono più paesi. La lotta alle frodi alimentari non si esaurisce quindi in un esame di laboratorio o in un controllo dell’etichetta. Richiede una visione completa del prodotto e della sua storia: da dove arriva, chi lo ha lavorato, quali trasformazioni ha subito e quanto sono coerenti le informazioni che lo accompagnano.