Può sembrare un paradosso: per limitare la crescita di microrganismi indesiderati possiamo utilizzare altri microrganismi. È quello che l’uomo fa da molto tempo attraverso le fermentazioni, anche se per secoli il processo è avvenuto senza conoscerne le cause. Durante una fermentazione, determinati batteri, lieviti o muffe trasformano alcune sostanze presenti nell’alimento. Possono produrre acidi, alcol, anidride carbonica e numerosi altri composti. Il risultato non riguarda soltanto la conservazione: cambiano sapore, profumo, consistenza e identità stessa dell’alimento. Yogurt, formaggi, pane, vino, birra e verdure fermentate esistono proprio grazie all’attività dei microrganismi.In molti casi, però, queste trasformazioni hanno anche un effetto protettivo. La produzione di acidi può abbassare il pH, quella di alcol può rendere l’ambiente meno favorevole ad alcuni organismi e la presenza di una popolazione microbica dominante può ostacolare la crescita di specie indesiderate. Non tutte le fermentazioni garantiscono da sole la sicurezza di un alimento, ma possono costituire una delle barriere su cui si basa la sua conservazione.
Nella produzione moderna il processo può essere guidato attraverso colture starter: microrganismi selezionati e aggiunti per avviare e controllare una fermentazione con caratteristiche più prevedibili. In questo modo si cerca di ottenere con maggiore regolarità il risultato desiderato, sia sul piano sensoriale sia su quello tecnologico. Accanto alle colture starter si è sviluppato il concetto di coltura protettiva. In questo caso il ruolo dei microrganismi è legato in modo specifico alla capacità di contrastare organismi che potrebbero deteriorare l’alimento o rappresentare un rischio. È uno degli strumenti della bioconservazione, un campo che utilizza microrganismi o sostanze da essi prodotte per contribuire alla sicurezza e alla durata degli alimenti.
Tra queste sostanze ci sono le batteriocine, molecole prodotte da alcuni batteri e capaci di ostacolare altri batteri. Una delle più conosciute è la nisina, prodotta da alcuni batteri lattici e utilizzata come conservante alimentare in specifiche applicazioni. Le colture protettive e le batteriocine sono studiate da anni e rappresentano un settore importante della ricerca sulla bioconservazione, anche in relazione alla possibilità di combinare più barriere senza ricorrere a trattamenti eccessivamente intensi.
Fisico, chimico e biologico restano categorie utili per spiegare i diversi strumenti disponibili. L’alimento reale, però, non conosce queste divisioni. Ogni prodotto è un sistema nel quale acqua, temperatura, acidità, ossigeno, ingredienti, microrganismi e confezionamento interagiscono. Per questo conservare non significa applicare il trattamento più forte possibile o aggiungere una sostanza in più. Significa conoscere il prodotto, capire quali trasformazioni possono avvenire nel tempo e costruire una combinazione di barriere capace di controllarle, mantenendo sicurezza e qualità.
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