Moca: normative e regole sui materiali a contatto con gli alimenti

Quando si parla di sicurezza alimentare, il pensiero va quasi sempre alla qualità degli ingredienti, alla pulizia degli ambienti, alla corretta conservazione o alla tracciabilità del prodotto. C’è però un altro aspetto meno visibile, ma altrettanto importante: tutto ciò che entra in contatto con l’alimento. Un tappo, una bottiglia, una guarnizione, una vaschetta, una sacca flessibile, una superficie di lavoro, una parte della macchina di riempimento: ogni materiale che tocca direttamente o indirettamente un alimento può incidere sulla sua sicurezza, sulla sua qualità e, in alcuni casi, anche sul suo gusto o sul suo odore.
È qui che entrano in gioco i MOCA, i materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti. Una sigla tecnica, certo, ma dietro la sigla c’è un tema molto concreto: evitare che ciò che serve a produrre, confezionare, trasportare o consumare un alimento diventi una fonte di contaminazione.

Cosa sono davvero i MOCA

I MOCA non sono solo gli imballaggi alimentari. La definizione comprende un insieme molto ampio di materiali e oggetti: contenitori, pellicole, bottiglie, tappi, utensili, stoviglie, recipienti per il trasporto, ma anche componenti delle macchine usate nella produzione e nel confezionamento degli alimenti. La Commissione europea include tra i materiali a contatto con gli alimenti anche le macchine per la trasformazione alimentare, oltre a packaging, contenitori e utensili. Il punto non è il materiale in sé, ma la sua funzione. Se un oggetto è destinato a entrare in contatto con un alimento, se è già a contatto con un alimento, oppure se è ragionevole prevedere che possa trasferire sostanze all’alimento nelle normali condizioni di utilizzo, rientra nel campo dei MOCA. Questo cambia il modo in cui si guarda a un processo produttivo. Prendiamo il caso di una piccola azienda che confeziona una salsa pronta in vasetto. Il vetro del contenitore, la capsula di chiusura, la guarnizione interna del tappo, il tubo che porta il prodotto alla riempitrice, la valvola di dosaggio e l’ugello che entra nel vasetto sono tutti elementi diversi, ma hanno una cosa in comune: entrano in contatto con l’alimento, oppure possono influire sulla sua sicurezza. Non basta che il vasetto sia idoneo. Deve esserlo l’intero percorso del prodotto.

La normativa riguarda materiali molto diversi tra loro: plastica, carta, cartone, vetro, metalli, gomma, ceramica, siliconi, adesivi, vernici, inchiostri, materiali attivi e intelligenti. Alcuni sono disciplinati da norme europee specifiche, altri anche da disposizioni nazionali. Per questo la conformità non si può valutare in modo generico: dipende dal materiale, dall’alimento, dalla temperatura, dal tempo di contatto, dal tipo di lavorazione e dall’uso previsto. Una sacca flessibile adatta a un prodotto freddo, per esempio, non è per forza adatta a un riempimento a caldo. Un componente che lavora bene con un prodotto acquoso può non essere indicato per una preparazione grassa o molto acida. La formula “idoneo al contatto alimentare” ha senso solo se viene collegata a condizioni precise.

La normativa: sicurezza, inerzia e buone pratiche

La norma di riferimento a livello europeo è il regolamento (CE) numero 1935/2004. Stabilisce un principio semplice: i materiali e gli oggetti destinati al contatto con gli alimenti devono essere prodotti in modo da non trasferire componenti agli alimenti in quantità tali da mettere in pericolo la salute umana, modificare in modo inaccettabile la composizione dell’alimento o alterarne gusto e odore Questo principio viene spesso riassunto con una parola: inerzia. Un materiale idoneo deve comportarsi in modo stabile. Non deve rilasciare sostanze oltre i limiti previsti, non deve cambiare il prodotto, non deve interferire con le sue caratteristiche. Un esempio concreto è quello degli alimenti grassi. Alcune sostanze migrano più facilmente in presenza di grassi rispetto ad altri tipi di alimento. Per questo un imballaggio o un componente tecnico non può essere valutato solo in astratto: bisogna sapere con quale prodotto lavorerà. Una crema spalmabile, un pesto o una salsa oleosa pongono condizioni diverse rispetto a un succo, a uno sciroppo o a un prodotto secco.

Accanto al regolamento quadro c’è il regolamento (CE) numero 2023/2006 sulle buone pratiche di fabbricazione, spesso indicate con la sigla GMP. Significa che la sicurezza del MOCA non dipende solo dal materiale scelto, ma anche dal modo in cui viene progettato, prodotto, controllato e documentato. Non basta acquistare un materiale corretto: bisogna poter dimostrare che quel materiale è stato gestito dentro un processo controllato. Per la plastica, uno dei materiali più utilizzati nel packaging e nei componenti tecnici, il riferimento specifico è il regolamento (UE) numero 10/2011. Questo testo disciplina, tra le altre cose, le sostanze autorizzate e i limiti di migrazione. Nel 2025 il quadro è stato aggiornato dal regolamento (UE) 2025/351, pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 24 febbraio 2025 ed entrato in vigore il 16 marzo 2025. L’aggiornamento modifica il regolamento sulla plastica, quello sulla plastica riciclata a contatto con alimenti e il regolamento sulle buone pratiche di fabbricazione.

L’evoluzione normativa è importante perché i materiali cambiano, le filiere si aggiornano e cresce l’uso di soluzioni riciclate o riciclabili. Ma la sostenibilità non sostituisce la sicurezza. Un materiale più leggero, riciclato o pensato per ridurre l’impatto ambientale deve comunque essere valutato per il contatto con l’alimento specifico e nelle condizioni d’uso previste. In Italia, il decreto legislativo 10 febbraio 2017, numero 29, ha introdotto la disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni europee in materia di MOCA. Il decreto riguarda, tra gli altri, il regolamento 1935/2004, il regolamento 2023/2006 e il regolamento 10/2011. Prevede anche obblighi di comunicazione per gli operatori economici che producono, trasformano o distribuiscono materiali e oggetti destinati al contatto con gli alimenti, salvo specifiche esclusioni legate alla vendita diretta al consumatore finale.

Dichiarazione di conformità e certificazione: non sono la stessa cosa

Uno degli equivoci più frequenti riguarda la differenza tra dichiarazione di conformità e certificazione MOCA. La dichiarazione di conformità è un documento obbligatorio. Serve a dichiarare che il materiale o l’oggetto è conforme alla legislazione applicabile. Deve accompagnare il MOCA nelle fasi della commercializzazione, con l’esclusione della vendita al dettaglio, e contiene anche indicazioni sulle condizioni d’uso e sulle eventuali limitazioni. Il ministero della Salute chiarisce che ogni MOCA immesso sul mercato deve essere accompagnato da una dichiarazione di conformità rilasciata da produttori, trasformatori o importatori. Non è un documento da compilare in modo automatico. È un’assunzione di responsabilità. Per essere corretta deve poggiare su una documentazione tecnica coerente: composizione del materiale, prove di migrazione quando richieste, condizioni di utilizzo, riferimenti normativi, eventuali restrizioni, tracciabilità dei lotti e informazioni ricevute dai fornitori.

Immaginiamo un laboratorio che acquista contenitori e tappi per confezionare una salsa piccante. La dichiarazione di conformità deve aiutare a capire se quei materiali sono adatti a un alimento acido, se possono essere usati con il processo previsto, se tollerano la temperatura di riempimento e se esistono limiti da rispettare. Se lo stesso contenitore viene poi usato per un altro prodotto, più grasso o riempito a temperatura diversa, la valutazione va riletta. Non è detto che la conformità copra anche il nuovo uso. Questo vale anche per i componenti della macchina. Una tubazione, una guarnizione o una valvola possono avere documentazione corretta, ma devono essere compatibili con l’alimento e con il processo. Un conto è lavorare con un liquido freddo e poco viscoso, un altro è gestire un prodotto caldo, denso, oleoso o con pezzi in sospensione. La dichiarazione di conformità serve proprio a evitare che l’idoneità venga data per scontata. La certificazione MOCA, invece, è in genere volontaria. Può essere rilasciata da enti terzi secondo schemi specifici e può essere utile per rafforzare il controllo sul processo, dare maggiore evidenza al mercato e dimostrare l’adozione di procedure strutturate. Ma non sostituisce la dichiarazione di conformità, né elimina la responsabilità dell’operatore economico.

Perché la conformità riguarda anche le macchine

Nel confezionamento alimentare il tema dei MOCA non si ferma alla scelta del barattolo, della bottiglia o della busta. Riguarda anche le parti della macchina che entrano in contatto con il prodotto: siringhe di dosaggio, valvole, tubazioni, ugelli, guarnizioni, tramogge, componenti di riempimento e sistemi di chiusura. Qui la conformità diventa un tema molto pratico. Pensiamo a un’azienda che confeziona pesto fresco in vasetti. Il prodotto è denso, contiene olio, può avere particelle in sospensione e richiede attenzione nella fase di dosaggio. Il percorso del prodotto deve essere pensato per evitare ristagni, facilitare la pulizia e mantenere costante la quantità inserita in ogni vasetto. I materiali a contatto devono essere idonei, ma anche la geometria dei componenti conta: una valvola difficile da smontare o un punto in cui il prodotto si accumula possono diventare un problema operativo prima ancora che normativo. Un caso diverso è quello di una salsa riempita a caldo. In quel contesto la temperatura cambia le condizioni di lavoro. Non basta sapere che un componente è adatto al contatto alimentare: bisogna verificare che sia adatto a quel tipo di prodotto e a quella temperatura. Lo stesso ragionamento vale per il contenitore e per la chiusura, perché il sistema deve funzionare nel suo insieme.

Anche la pulizia fa parte del problema. Se una macchina lavora prodotti diversi durante la settimana, per esempio miele, confettura e crema, il cambio prodotto non riguarda solo la regolazione della dose. Riguarda la possibilità di smontare rapidamente le parti a contatto, lavarle in modo efficace e ridurre il rischio che residui del prodotto precedente restino nel circuito. In alcuni impianti, la predisposizione al lavaggio integrato può semplificare il processo; in altri casi, la facilità di smontaggio resta il fattore decisivo. Per questo, quando si parla di MOCA, la domanda corretta non è solo “questo materiale è adatto agli alimenti?”. La domanda completa è: “è adatto a questo alimento, in queste condizioni, dentro questo processo?”. È qui che la normativa diventa concreta. Non resta sulla carta, ma entra nella scelta del contenitore, nella configurazione della macchina, nella pulizia, nella manutenzione e nella documentazione che accompagna ogni fase produttiva.