La storia della confettura è sorprendentemente antica. Già tra IV e V secolo d.C. Apicio racconta che i Greci conservavano le mele cotogne cuocendole con il miele. I Romani, invece, preferivano immergere la frutta in vino passito, vino cotto, mosto o miele. Con le Crociate lo scenario cambia: lo zucchero inizia a circolare in Europa e, nel Medioevo, la marmellata si prepara con tecniche che ricordano molto quelle delle nostre nonne.
Sulle origini della marmellata d’arance, invece, la storia si tinge di leggenda. C’è chi sostiene che sia stata Caterina d’Aragona ad inventarla per continuare a mangiare gli agrumi del suo paese d’origine. Un’altra versione lega il nome “marmellata” a Maria de’ Medici che, ammalatasi in Francia, si curava con gli agrumi di Sicilia, spediti con la dicitura “per Maria ammalata”. Secondo la leggenda, da quella nota mal letta nacque il termine marmalade.
La spiegazione più credibile, però, è anche la più semplice: la parola deriva dal portoghese marmelada, ovvero la conserva di mele cotogne. Da qui l’uso si è esteso a tutte le composte e gelatine di frutta. Con l’arrivo dello zucchero di canna dalle colonie la marmellata conquista l’Europa e dal gesto di “conservare” la frutta che nasce anche il termine francese confiture, usato per indicare preparazioni a base di zucchero pensate per durare nel tempo.
Dal punto di vista nutrizionale, confetture e marmellate sono alimenti ricchi di zuccheri semplici, che forniscono energia immediata. La qualità, però, dipende dalla quantità di frutta utilizzata e dalla lavorazione: più alta è la percentuale di frutta, migliore sarà il profilo organolettico e nutrizionale.
Inoltre, si fanno sempre più strada in cucina le confetture salate come quelle alla cipolla, ai peperoni, al peperoncino, dimostrando l’estrema versatilità di un prodotto protagonista della tradizione non solo italiana.