In alcuni casi è una sezione un po’ distinta e rinominata enoteca, in altri sono file di scaffali colme di bottiglie, divise per tipologia e per provenienza. Comunque sia. Negli ultimi anni acquistare vino al supermercato è diventato un gesto normale, automatico come il resto della spesa. In realtà, quel gesto quotidiano si compie dentro un ecosistema molto preciso. In Italia la grande distribuzione è diventata il palcoscenico principale del vino: secondo diverse analisi di mercato, i supermercati coprono ormai oltre il 70% delle vendite al dettaglio, con centinaia di milioni di bottiglie e un valore che supera i 3 miliardi di euro l’anno. Non è solo una questione di quantità: sugli scaffali della GDO convivono vini da pochi euro, etichette Dop e Igp, bollicine da ricorrenza e bottiglie “importanti” che fino a qualche anno fa si sarebbero viste solo in enoteca.
Dentro questo scenario si inserisce anche il tema della doppia etichetta: molte cantine differenziano i vini destinati ai supermercati da quelli per la ristorazione, cambiando nome, grafica o piccoli dettagli per poter applicare strategie di prezzo e canali diversi. Così, una bottiglia che al supermercato si trova a 8 euro può diventare, con un’altra etichetta o una selezione leggermente diversa, un vino da 30 euro in carta al ristorante. Il contenuto può essere simile o solo “parente stretto”, ma per il consumatore la percezione cambia radicalmente. Nella cultura (e a volte nella moda) del vino, il marketing si fa largo: è racconto, scenografia, regia commerciale.



