Il peso culturale e simbolico dell’olio di oliva, almeno per i popoli che affacciano sul Mediterraneo, è davvero unico. Dentro una bottiglia si concentrano secoli e secoli di storia, di identità (i romani lo indicavano, insieme al pane e al vino, per distinguersi dai barbari), di valori. In un uliveto, in un frantoio, in una bottiglia si intersecano agricoltura, paesaggio, commercio, consuetudini alimentari, tradizioni. L’olio extra vergine di oliva richiama immediatamente l’idea della qualità più alta; l’olio vergine resta dentro la stessa filiera, pur con caratteristiche diverse; gli altri oli di oliva, raffinati o ottenuti da miscele, appartengono invece a categorie che richiedono un linguaggio più preciso e meno affidato all’immaginario.
In questo settore le parole hanno un peso specifico molto concreto. Le categorie non si sovrappongono, le denominazioni non possono essere usate con elasticità e la comunicazione del prodotto deve restare aderente alla sua natura reale. Negli anni – con la crescente industrializzazione del prodotto e l’allargamento del mercato – il quadro normativo si è fatto più preciso e articolato. Oggi l’etichettatura dell’olio destinato al consumatore finale si muove dentro un sistema di regole europee che riguarda denominazioni di vendita, indicazioni di categoria, origine, diciture facoltative, confezionamento e presentazione. E quando si parla di bottiglie, lotti, controetichette e piccole serie, la distanza tra un’etichetta conforme e una soltanto plausibile emerge molto in fretta.



