Da una decina d’anni a questa parte, gennaio è un mese “asciutto”. Non parliamo di meteo e di siccità, ma di consumo di alcol: nata nei paesi anglosassoni, la proposta del Dry January – trenta giorni senza bere alcolici per recuperare dagli eccessi delle festività – si è ormai diffusa ovunque, anche in Italia. Del resto il NoLow non è più una novità: sempre più italiani, soprattutto nella GenZ, sono interessati o almeno favorevoli a scelte di vita più responsabili e sane.
In parallelo, i NoLow iniziano a trovare una collocazione più strutturata anche nella filiera: l’Osservatorio UIV-Vinitaly, su base dati IWSR, ha stimato per la categoria una crescita del 38% entro il 2028, fino a 3,3 miliardi di dollari a livello globale, mentre in Italia il peso è ancora marginale (0,1% delle vendite totali di vino), segnale di un mercato giovane ma in accelerazione. In questo quadro, l’inizio del 2026 porta con sé un passaggio chiave anche sul piano regolatorio: a fine dicembre 2025 è stato firmato un decreto interministeriale MEF–MASAF che definisce il regime fiscale delle accise e le condizioni autorizzative per la produzione dei vini dealcolati, completando il percorso avviato qualche mese prima.



